Copertina Libro: Titolo

L'occhio che uccide
Criminologi al cinema

Paolo Cattorini, Franco Angeli, Milano, 2006.

Recensione di Isabella Merzagora Betsos

Dato che, personalmente, vado al cinema una o due volte l’anno, e alla televisione guardo per lo più documentari sulle Gazzelle di Thompson, non so immaginare che godimento dev’essere questo libro per i cinefili. Ma anche per gli altri: non dovete lasciarvi ingannare da titolo e sottotitolo, perché il libro di Cattorini è ben di più che un libro sul cinema; è un libro che parla del male, della colpa, della libertà umana, del giudizio morale, anche se di questi temi tratta ripercorrendo i modi in cui essi vengono narrati nei film. Il riferimento è quindi anche alle componenti narrative della criminologia, alle fonti e ai materiali narrativi di cui essa si avvale (verbali, perizie, sentenze), e al lavoro del criminologo come “attento lettore di racconti altrui” perché “senza competenza narrativa, nessuna criminologia”.

Qui viene in mente il libro “Il delitto non sa scrivere” di Alfredo Verde –che infatti firma la postfazione del volume–, laddove afferma che la narrazione anche del crimine, persino quella peritale, si connota come attività simbolica e sostituzione deformata e imperfetta della realtà, non diversamente dalla produzione artistica, quindi. E viene in mente il giallista e giurista, Carofiglio, quando scrive: “che facciamo, alla fine dei conti, nei procedimenti penali? Noi tutti, dico. Poliziotti, carabinieri, pubblici ministeri, avvocati, giudici? Tutti raccontiamo storie. Prendiamo il materiale grezzo costituito dagli indizi, lo mettiamo insieme, gli diamo struttura e senso in storie che raccontino in modo plausibile fatti del passato” .
Come dire: la nostra attività “scientifica” non è la scoperta di una realtà oggettiva, ne è al più una ricostruzione, un modo di riordinare e dare un senso, compito tanto più urgente per noi che ci occupiamo del male.
Cattorini prosegue, e si interroga non solo circa il chi sia sano e chi malato, chi giusto e chi ingiusto, (“Ciò che inquieta non è solo la violenza sanguinaria, ma il suo accostamento a cose e gesti normali […] Questa contiguità fra normale e patologico manda ultimamente in frantumi le categorie di sano, naturale, funzionale”), ma si domanda anche quale impulso motivi un soggetto ad occuparsi a tempo pieno di delitti. Una domanda stuzzicante, che talora noi criminologi ci siamo sentiti fare, e che –soprattutto- sarebbe bene ci ponessimo. Forse alcune frasi tratte dal libro ci potranno aiutare in questa riflessione, e, più in generale, ci solleciteranno a ragionare sul nostro ruolo: “La violenza va rispettata e temuta perché ti può entrare dentro, nonostante le giaculatorie e i paramenti sacri (le formule, i canoni e i camici della criminologia)”; “Quale ruolo non ipocrita, non colluso, può essere svolto da chi studia il crimine”; “che cosa accade a colui che, per professione, deve realizzare una certa consuetudine con la violenza?”; “il criminologo è consapevole di questa implicazione etica del proprio sguardo? E’ addestrato in un’esplorazione, che sia anche, inevitabilmente, filosofica?”.
Mi accorgo che, con narcisistica incuria degli interessi altrui, mi sto dimenticando del tutto dei cinefili. Si rassicurino, nel libro troveranno anche trame e commenti di film: M, il mostro di Düsseldorf, Arancia meccanica, Chinatown, Blade Runner, Evilenko, solo per citarne alcuni.

Isabella Merzagora Betsos

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